19.04.2013

Animale linguistico e Animale politico

Lecture series, Science, Teatro Valle Occupato

Ciclo Istituzione e Differenza. Attualità di Ferdinand De Saussure

Introduzione

Partecipanti

Marco Mazzeo

Federica Giardini

Rossana De Angelis

Thomas Robert

Felice Cimatti

Marie-Claude Capt

Christian Puech

Daniele Gambarara

Paolo Virno

Romeo Galassi

Marina De Palo

Video

Dates
19.04.2013
Location
Teatro Valle Occupato
Category
Lecture series, Science
Information

Ciclo Istituzione e Differenza. Attualità di Ferdinand De Saussure

Tra gli animali, l’uomo è l’unico dotato di linguaggio. A differenza di uno strumento, oggetto di cui ci si può servire e che si può mettere nella cassetta degli attrezzi, l’animale umano non può fare a meno del linguaggio, anzi, possiamo dire che vive il linguaggio. Con esso riorganizza tutte le sue attività cognitive, dalla percezione alla memoria. Cosa significa vivere il linguaggio? Indubbiamente vuol dire avere una mente sociale, dove la dimensione relazionale precede la costituzione dell’individualità. Altrettanto, alla socialità della mente si accompagna il carattere da sempre politico della prassi umana. Esplorare il linguaggio assieme a Saussure significa dunque interrogarsi sulla natura stessa dell’animale umano e sulla storicità della sua prassi. Su questi temi si concentra la giornata di studi del 19 aprile, mettendo alla prova uno sguardo plurale e sperimentale nello stesso tempo.

PROGRAMMA

19 aprile
Teatro Valle Occupato

10.00
Apertura della Giornata di studi
10.30
Saussure, Lacan e il problema del reale (F. Cimatti)
La langue fait humain et langue fait social: y a-t-il un humanisme saussurien de la langue? (Ch. Puech)
L’animal darwinien, l’homme saussurien et la filiation rousseauiste (Th. Robert)
Una lingua “politicamente corretta”. Sull’uso non-ragionevole delle parole e sul tentativo di correggerlo (R. De Angelis)
Modera: P. Virno

14.30
La langue que nous parlons (M.-Cl. Capt)
Il Saussure delle leggende germaniche (R. Galassi)
Il soggetto parlante: “uomo totale” tra psicologia e antropologia sociale (M. De Palo)
Modera: D. Gambarara

17.30
La metonimia e lo straniero: storia di una sparizione (M. Mazzeo)
Sulla letteralità (F. Giardini)
Modera: F. Raparelli

Durante la giornata sarà attivo un servizio di traduzione simultanea italiano – francese

Federica Giardini
Ricercatrice in Filosofia politica, Università di Roma 3

Sulla letteralità

Bordo della relazione linguistica, la letteralità è tipica di disfunzioni della capacità comunicativa (psicotici ma anche poeti e isteriche). E’ quel che rende gli animali, dotati di linguaggio ma non di lingua (Saussure), un corrispettivo di quel che nell’umano è fallimento e promessa. La letteralità fa saltare i circuiti depositati della langue, fa fallire la comunicazione: se va male, esclusione, se va bene creazione. Anziché percorrere i tentativi di distinguere tra umani e animali – e tra umani e non (meno che) umani (da Aristotele in poi) –  sulla base del linguaggio, il linguaggio animale può diventare occasione per ripensare il politico a partire dall’espressione, capacità materiale, segnica e regolativa. Non tanto “grado zero dell’interpretazione”, bensì recupero di ciò che nel “linguaggio si autolimita ed esce fuori di sé” (Luisa Muraro). Il nesso tra politica e linguaggio diventa così, più che una dimensione statuita della natura umana, una dinamica che costantemente rinegozia le nostre posizioni di parlanti.

Thomas Robert
Dottorando di Filosofia del linguaggio, Université de Genève

L’animale darwiniano, l’uomo saussuriano e la filiazione di Rousseau

Rousseau è certamente il primo ad aver identificato la complessa articolazione tra società, pensiero e linguaggio attraverso il rifiuto della questione delle origini di quest’ultimo nel secondo Discorso. All’uomo silenzioso dello stato di natura è contrapposto l’uomo comunicante dello stato sociale, con la comparsa del linguaggio che costituisce una frontiera netta e apparentemente impermeabile tra l’ipotesi relativa all’essenza dell’uomo e la storia che ne rappresenta la realizzazione. All’estremo opposto, Darwin pare dipingere ne La filiazione dell’uomo un animale che si tramuta gradualmente in essere umano, in particolare attraverso una complessificazione continua della comunicazione che sfocia nel linguaggio articolato umano. Se tutto sembra contrapporre il filosofo ginevrino al naturalista inglese, si può sottolineare un legame forte riguardo all’origine passionale del linguaggio e alla sua influenza politica. Se Saussure respinge proprio come Rousseau la questione delle origini e, preoccupato di fondare una vera epistemologia della linguistica, considera soltanto l’uomo parlante, non bisogna tuttavia concludere che la linguistica saussuriana sia inconciliabile con l’evoluzionismo darwiniano. Far incontrare l’animale darwiniano e l’uomo saussuriano, mediante la filiazione di Rousseau, è una proposta che può rivelarsi fruttuosa per lo sviluppo di una linguistica neo-saussuriana.

Marie-Claude Capt
Docente di Linguistica, Université de Genève

La lingua che parliamo

Il titolo di questa relazione lo dice chiaramente: ognuno di noi, pur non essendo affatto al corrente di questa o quella teoria linguistica, nondimeno pratica assiduamente la lingua. Così, chiunque può entrare con una certa facilità nel vivo del discorso saussuriano. Poiché il pensiero di Saussure è in fondo un invito ad adottare un atteggiamento riflessivo – e quindi critico – sul modo in cui manipoliamo questa rete di segni. In particolare, il saussurismo ci conduce a capire che, lungi dall’essere soltanto «il vestito» del pensiero, la lingua determina l’accesso al pensiero. Mi propongo dunque di sottolineare in che senso, come ha detto spiritosamente Saussure: «la lingua, nel bagaglio dell’umanità, non è un articolo come gli altri». Cercherò di dimostrare che la lingua che parliamo ci propone un certo ordinamento del mondo, ci porta a costruire conoscenze di ogni genere relative sia a realtà esterne sia ai nostri strati d’animo, ci permette di identificarci come soggetti che occupano un determinato posto nei rapporti che stabiliamo con gli altri. Durante tutta la vita, ogni uomo fa incessantemente innumerevoli ricorsi alla lingua. È il motivo per cui Michel Bréal, precursore di Saussure per diversi aspetti e inventore della semantica, ha potuto stabilire che «ciascuno di noi è, in ogni istante, l’artigiano del linguaggio». Vale a dire che la lingua di una data collettività costituisce l’ambiente in cui ogni essere umano sarà condotto a svilupparsi, ad avere una vita sociale, a prendere decisioni e… a rispondere del suo operato. Così l’uomo, grazie a questa sorprendente capacità di reggersi sui segni per vivere, sembra potersi definire come un «animale semiologico».

Daniele Gambarara
Docente di Filosofia del linguaggio, Università della Calabria

 

Romeo Galassi
Docente di Semiotica e Filosofia del linguaggio, Università di Padova

Marco Mazzeo
Ricercatore in Filosofia del linguaggio, Università della Calabria

La metonimia e lo straniero: storia di una sparizione

Una delle distinzioni fondamentali su cui lavora Saussure è quella tra rapporti associativi e sintagmatici. I primi riguardano le associazioni possibili suggerite da un termine qualsiasi della lingua; i secondi riguardano “ordine di successione e di un numero determinato di elementi” (Cours de linguistique général, p. 152). E’ lavorando su questa idea che Roman Jakobson (1956) ha estremizzato il concetto. Nel linguaggio esistono due direttrici: una metaforica legata alla selezione e alla somiglianza, una metonimica legata alla combinazione e alla contiguità. Luisa Muraro (1981) ha sottolineato che il paradigma teorico nel quale ancora oggi ci troviamo invischiati è quello di una “ipermetaforicità” che schiaccia i rapporti metonimici su quelli metaforici. L’intervento si propone di mostrare quanto questo sia vero a partire da un testo fondamentale per il pensiero occidentale, la Retorica di Aristotele. Quella che riguarda la metonimia, infatti, non è una semplice idiosincrasia linguistica ma affonda le proprie radici in un problema antropologico-politico: nell’avversità verso chi ci è contiguo ma distante, prossimo ma non a contatto, verso quel che Aristotele chiama lo xenòs, lo straniero. Parlare per metonimie significa parlare dal punto di vista dello straniero, come se la nostra lingua non fosse del tutto nostra. Con due esiti: uno auspicabile, la formulazione di enigmi (indovinelli, cioè di domande estranianti), e uno temibile, l’involuzione linguistico-antropologica nel barbarismo (un umano non umano).

Rossana De Angelis
Dottore di ricerca in Filosofia del linguaggio (Università della Calabria) e Sciences du langage (Université Sorbonne Nouvelle Paris 3)

Una lingua “politicamente corretta”. Sull’uso non-ragionevole delle parole e sul tentativo di correggerlo

Il modo in cui le istituzioni parlano delle persone che comprendono, spesso restituisce un’immagine non-ragionevole della lingua. Ma può una lingua essere “ragionevole”? Affronteremo questo problema seguendo i principi fondamentali della teoria del linguaggio di Saussure e ci soffermeremo su un caso esemplare: il tentativo di sostituire all’uso linguistico corrente una lingua “non-sessista”. La domanda iniziale può porsi allora come segue: è possibile parlare in modo “politicamente corretto”? E cosa vuol dire “correggere” politicamente l’uso linguistico? Affronteremo questo problema analizzando da vicino la relazione fra la lingua – «istituzione senza analoghi», come dice Saussure – e le altre istituzioni, interrogandoci in merito alla (non)ragionevolezza degli usi linguistici.

Felice Cimatti
Docente di Filosofia della mente e della comunicazione, Università della Calabria

Christian Puech
Docente di Linguistica, Université Sorbonne Nouvelle – Paris 3

La lingua fatto umano e la lingua fatto sociale: esiste un umanesimo saussuriano della lingua?

La posterità strutturalista di Saussure ha ampiamente diffuso in svariati contesti l’idea di un anti-umanesimo o a-umanesimo derivante dal Corso di linguistica generale. Se si guarda più da vicino, il corpus saussuriano oggi disponibile permette con ogni probabilità di riprendere da capo questa questione che ha coinvolto, dopo la seconda guerra mondiale, tutte le scienze cosiddette umanistiche. Il fatto è che, per il loro statuto, i grandi principi saussuriani (l’arbitrarietà del segno, la definizione della lingua come fatto sociale, la distinzione tra linguaggio/lingua/parola, la distinzione tra sincronia e diacronia …), così ampiamente commentati, non sono tanto punti di partenza quanto problemi radicali lasciati in eredità da Saussure ai suoi successori, peraltro più come enigmi che come dogmi o come capitale intellettuale da far semplicemente fruttare. Sono proprio alcuni punti di questa antropologia saussuriana paradossale che desideriamo evocare, in particolare partendo dall’idea – espressa la prima volta da Merleau-Ponty già nel 1952 – che da una riflessione sulla temporalità – quella della storia, quella della linearità del significante, quella della “vita semiologica” … – si disegnano i lineamenti di un’antropologia storica del linguaggio… che Saussure avrà personalmente voluto lasciare in cantiere.

Paolo Virno
Docente di Filosofia del linguaggio, Università di Roma 3

Marina De Palo
Docente di Filosofia del linguaggio, Sapienza – Università di Roma

MATERIALI

Interviste realizzate nell’ambito di “Animale linguistico e animale politico”

Intervista a Christian Puech, Docente di Linguistica, Universitè Sorbonne Nouvelle – Paris 3

Intervista a Rossana De Angelis, dottore di ricerca in Filosofia del linguaggio, Università della Calabria, Sciences du langage, Universitè Sorbonne Nouvelle Paris 3

Intervista a Sylvia De Fanti, attrice e attivista del Teatro Valle Occupato

Intervista a Francesco Lodati, studente di Filosofia, Università Roma 3